una cosa successa ad un amico martedi’ scorso:
—————————————-
Ragazzi, questa ve la devo raccontare.
Stasera son tornato verso mezzanotte e mezza. La solita mezzoretta per trovare parcheggio. All’una arrivo sottocasa e trovo una ragazza sudamericana in lacrime, che mi chiede una cabina del telefono. Chi sa piu’ dove sono le cabine del telefono, le do’ il mio cellulare.
Chiama, singhiozzando, parla veloce, mette giu’, non capisco niente, le chiedo che e’ successo e “mi sono persa” mi dice, e scoppia in un pianto a dirotto. Le chiedo meglio, dice che viene da Bergamo, era con la cugina poi l’ha persa e non sa come fare per tornare. Cerco di calmarla, dico che a portarla a Bergamo e’ un po’ un casino pero’ vediamo intanto magari andiamo in stazione? Si’ si’ mi dice.
Ok, prendiamo la macchina
. Cerco di farla ridere con la storia del parcheggio, le do’ un fazzoletto di carta, lei sempre in lacrime, “perche’ e’ successo proprio a me?”, “non e’ niente di grave, dai, capisco che sei spaventata pero’ ora lo risolviamo”, cerco di rassicurarla.
In stazione a quest’ora i treni non ci sono, non lo sapevo, riprendono alle cinque. E’ popolata, non solo di quelli con la coperta che dormono li’ (ci sono cinque gradi, per la cronaca) ma anche di persone in piedi, che parlano, ci guardano. Chiedo a un tassista, che vede la ragazza in lacrime chiede cos’e’ successo “si e’ persa” gli dico, gli si ingrandiscono gli occhi cerca di tranquillizzarla anche lui. Lei chiede cosa costa fino a Bergamo, 80 euro, diciamo grazie lo stesso, io le offro di dormire da me ma lei ha paura, vuole andare in Questura. Mi avvicino alle porte della stazione, chiedo a un signore che c’e’ li’, nel frattempo mi si avvicina un ragazzo con un borsone che mi chiede cos’e’ successo, se c’e’ problema.
“No, dico, si e’ persa, pero’ ora in qualche modo risolvo”, rispondo. Ci incamminiamo, il tassista viene verso di noi per informarsi, lei gli chiede di nuovo la tariffa, lui dice allargando le braccia 70 euro, di meno non posso fare. E’ gia’ qualcosa, grazie, altri tre passi, di nuovo il ragazzo con il borsone che chiede se e’ stata derubata, se ha soldi, che il biglietto del treno glielo paga lui. Lei nonostante tutto e’ ancora spaventata, dice no grazie. Altri tre passi, un ragazzo nero un po’ rasta un po’ hip hop dice “buonasera” e lei ancora in singhiozzi, lui allora guarda me e dice “serve una mano, amico?” dico “no grazie” “sicuro?” “davvero”.
Cerco di far parlare la ragazza per calmarla, si chiama Gladys, e’ boliviana. Allora penso di chiamare la baby sitter di mia figlia, Fanny, equadoregna, magari parlandole in spagnolo si calma. Due minuti al telefono, Fanny si offre di ospitarla a casa, lei dice di si’.
Insomma, avete capito: avevate paura ad andare in Stazione Centrale di notte? Be’ io una catena di solidarieta’ cosi’ non l’ho mai vista. C’e’ sicuramente qualcosa di storto in questa citta’, pero’ ogni tanto si incontrano delle persone. Sara’ il fatto che Gladys si era “persa”. Da quanto tempo non ci capitava di sentir dire “mi sono persa”? Tira fuori qualcosa di atavico, e’ la paura che abbiamo tutti ed e’ cosi’ che ci sentiamo tutti i giorni ma non lo diciamo a nessuno neanche a noi stessi. E’ come quando eravam bambini che bastava mancare la mano della mamma (o del papa’) di un metro per sentirsi nell’ignoto totale, completamente perduti. E non importava il luogo, ovviamente: solo l’incontro con una persona nota restituisce padronanza.
Faccio per portarla a casa di Fanny quando arriva la chiamata di un suo amico, e’ in stazione anche lui, lei stenta a crederci e continua a piangere ma si vede che e’ sollevata. Lo abbraccia per un minuto intero, poi mi stringe la mano e abbraccia anche me. Li saluto.
Mentre esco dalla stazione due che stanno li’ mi chiedono una sigaretta ma
in modo gentile e rispettoso, e’ come se avessero seguito tutto, io sorrido, “grazie, stasera fa freddo”, mi dice uno, la offro anche all’altra, ci
sorridiamo, ci salutiamo, “buonanotte”, “buonanotte”.
Tutto qua. Sembra proprio una buffa storia di Natale, no?
Auguri,
Alberto